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Le speranze perdute degli italiani

Scritto da il in Sociologia

Gli italiani hanno perso le speranze, ma non smettono di comportarsi da persone civili. Anzi… la crisi dei mercati finanziari sembra averli resi più coesi di quanto non fossero negli ultimi decenni: il popolo minuto che compie sacrifici affinché i figli possano studiare è quello che comprende meglio la situazione indegna dei giovani adulti d’oggi, costretti a lavorare gratis e a essere mantenuti dai genitori chissà per quanto tempo ancora. Il futuro non è necessariamente scritto, però non è qui.

Preferisco non parlare direttamente di ciò che esperisco, in genere, ma voglio fare un’eccezione (com’è di fatto quella appena avvenutami) per ringraziare una persona della quale non conosco neppure il nome: circostanza che rende quanto segue ancora più significativo. Mi trovavo con due colleghi in una ricevitoria di Legnano a girare una puntata-pilota per una serie televisiva che non avrà mai alcun seguito – specie perché non abbiamo né gli strumenti, né i fondi o l’esperienza per realizzare un prodotto presentabile – quando un uomo sulla cinquantina, incuriosito dal nostro armeggiare, in un momento di pausa ha chiesto all’unica ragazza del trio che cosa stessimo facendo. Saputo che fossimo laureati, disoccupati, intenti a registrare per un master post-laurea ha voluto raccontarci la storia di sua figlia che frequenta la mia stessa università e di come l’abbia incoraggiata a espatriare subito dopo la difesa della sua tesi. Tema che m’è piuttosto caro e su cui condivido i suoi giudizi.
Ha parlato del fatto d’essere andato a lavorare subito dopo le scuole medie inferiori, in un contesto che ancora lo permetteva, e d’avere creato da sé un’impresa che gli ha permesso di costruire una famiglia e di fare due figlie. Ipotesi che a noi è preclusa nonostante gli anni di studio in più – tra i nove e gli undici – che abbiamo alle spalle: pensava che fossimo giovanissimi appena usciti dall’università, mentre eravamo tutti trentenni ultra-qualificati per le professioni che in teoria a quest’età dovrebbero svolgere in posizioni di rilievo. Avendo perso la speranza di provarci con la cameriera (che a grandi linee doveva essere una mia coetanea) ho evitato d’approfondire e ho preferito restare ad ascoltarlo; c’ha consigliato di fare la sua maggiore, che andrà a lavorare in Inghilterra per costruirsi un futuro che qui non avrebbe. E due di noi pensavano già di farlo prima che lo suggerisse con una lucidità che la classe dirigente certo non gl’attribuirebbe. Ma non è questo il punto.
Al termine del nostro breve colloquio ha preteso di pagare il conto per tutti, poiché in Italia nessuno fa mai niente per noi e voleva dare il suo piccolo contributo. Un’inezia, a livello economico, però l’ho apprezzato davvero tanto: non mi capita così di rado, ma ogni volta sono costretto a stupirmi perché quanto avviene sul lavoro – riassunto molto bene dal nostro sconosciuto benefattore – è molto diverso. Tant’è vero che per avere il ‘privilegio’ d’aggiungere un’esperienza al curriculum siamo costretti a pagare per lavorare, anziché essere pagati per farlo. E la gente spesso crede che sia persino giusto. La disillusione negli occhi di quell’uomo, prossimo a vedere la propria primogenita volare appena ventenne e da sola in un Paese che ha scelto d’uscire dall’Europa, m’ha commosso anche più del conto pagato. Perché il problema è chiaro a chiunque, a prescindere dal titolo di studio; tuttavia, nessuno comprende come sia possibile risolverlo (se non allo stesso modo dei nostri nonni).