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Le regole non scritte del pendolare

Scritto da il in Sociologia

Quella dei pendolari è un’esistenza diversa da quella di chi risiede nella stessa città in cui lavora. È facile individuare quanti la vivono da anni, rispetto a quelli che iniziano ad approcciarla o a chi non la conoscerà mai davvero: piccoli gesti, atteggiamenti, quasi dei rituali che accompagnano il pendolare dalla stazione di partenza all’arrivo e viceversa. Un’umanità sospesa che, suo malgrado, è costretta a esperire uno stato che i più hanno dimenticato… quello dell’attesa fine a sé stessa.

Credo che l’horror vacui sia una fra le condizioni emotive peggiori che un individuo possa conoscere nella propria vita psichica e la solitudine è la circostanza più favorevole a incontrarla. Il pendolare – salvo i rari casi di chi condivide il viaggio con amici o colleghi – è costretto per un lasso di tempo imprecisato (difficilmente inferiore a un’ora) a esperirle entrambe due volte al giorno da cinque a sei giorni alla settimana: un lungo periodo che lo porta piano piano a sviluppare abitudini grossomodo inconsapevoli. Tanto da essere accettato in quel microcosmo e riconosciuto come un membro stimabile d’una società nella società; gli estranei sono subito identificati ed emarginati perché non conoscono le regole non scritte che questa organizzazione rispetta, senza neppure doverci riflettere. Sarebbe affascinante studiare il fenomeno dall’esterno, ma ne sono diventato partecipe anch’io e non potrei pretendere d’avere una visione disinteressata. Nell’ultimo decennio è cambiato molto.
Nei primi anni del 2000 i viaggiatori portavano con sé un libro o un lettore musicale portatile: alcuni ‘colletti bianchi’ brandivano orgogliosamente il proprio BlackBerry – a sottolineare la distanza dagli studenti e dagli altri lavoratori – e qualche nerd della prima ora possedeva già un prototipo di smartphone prodotto da Nokia. Ora le cuffie sono wireless, però l’accompagnamento musicale garantito soprattutto dagli iPhone non è cambiato; al posto dei libri, che restano fra le mani di qualche inguaribile radical chic, la scelta varia fra Kindle o simili e tablet. Nel complesso, penso che sia aumentato il distacco dialogico fra gli individui com’è avvenuto in tutte le interazioni sociali incluse quelle volontarie. A restare immutate sono le gestualità e la complicità che scaturisce nel momento in cui dovesse esserci un imprevisto. Non conosco una nazione più coesa di quando il treno ritarda o interrompe la sua corsa. Metterei la firma per traslarla in qualunque altro contesto civico.
Le personalità del pendolare rispecchiano le categorie che definiscono i processi decisionali. A partire dalla posizione occupata sulla banchina è possibile capire l’anzianità d’appartenenza a quella schiera: i più esperti sanno dov’è meglio salire sul treno a seconda del giorno della settimana. Imparato a memoria l’orario della compagnia, salvo eccezioni non hanno neppure bisogno di consultare il pannello che riporta il binario. È impressionante la meticolosità con cui effettuano azioni ripetitive per garantirsi il massimo dell’agio in uno spazio che persino un ergastolano sarebbe autorizzato a ritenere lesivo della propria dignità. Sono persone molto cordiali, nonostante abbiano scritte sul viso bestemmie che farebbero arrossire Cecco Angiolieri; rannicchiati quasi in posizione fetale cercano di permettere all’ignoto compagno di viaggio una comodità pari alla propria. Osservano il susseguirsi delle stagioni da un finestrino sporco che, però, alla lunga diventa una preziosa clessidra.