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Le contraddizioni della cultura dominante

Scritto da il in Sociologia

È un cortocircuito ideologico. Non saprei come definire altrimenti quel paradosso che in Italia spinge i rappresentanti de le due culture ad attribuire gli uni agli altri il primato nella considerazione sociale delle varie discipline (e nella ripartizione delle risorse economiche) nonché la massima responsabilità a un’élite estintasi con decenni d’anticipo rispetto al problema. Atteggiamento molto italiano di cui non beneficia nessuno e giustifica l’attuale immobilismo che caratterizza entrambi.

Dopo le scuole medie inferiori, io ho scelto di frequentare il liceo classico: una decisione patita nei cinque anni successivi per via dell’ambiente nefasto nel quale mi sono ritrovato. Non per gli insegnamenti, né tanto meno per i professori che ho avuto. Ho trascorso l’adolescenza – e l’opinione generale non è cambiata – sentendomi dire che quella scuola non ha alcuna utilità. Non soddisfatto, ho proseguito gli studi laureandomi con lode in scienze della comunicazione; un corso di laurea sminuito da chiunque abbia frequentato l’università (e persino da chi non l’ha mai fatto). La mia formazione, insomma, è stata pressoché interamente umanistica e bistrattata. Frequentando un master insieme a colleghi provenienti da percorsi scientifici, ho ascoltato lamentele che non avrei mai immaginato: all’incirca le stesse che avrei potuto a ragione esprimere io. Gli scienziati, in pratica, sostengono che l’Italia sia un Paese d’umanisti che colpevolmente relegano le scienze a un ruolo marginale.
Inoltre, alcuni di loro imputano a Giovanni Gentile la causa della scarsa cultura scientifica italiana. Tuttavia – se la scienza moderna è nata in Toscana nel XVII secolo e ha mantenuto la leadership mondiale fino agli anni ’80 del Novecento – qualcosa non torna: specie se a guidare lo Stato dal secondo dopoguerra a un paio di decenni fa è stata unilateralmente la stessa compagine politica da cui oggi arrivano le accuse e che ha firmato la maggioranza delle riforme scolastiche dalla stesura della Costituzione. Quella fazione, tanto per intenderci, che Gentile l’ha assassinato nella Firenze dove insegnò Galileo Galilei; accusare un filosofo, scomparso addirittura dai manuali della scuola dell’obbligo della situazione odierna è ridicolo. Negli anni in cui l’Italia perdeva la propria posizione dominante nel progresso delle scienze il governo aveva lo stesso colore dei quarantanni precedenti e i liberali erano addirittura usciti dal parlamento. Forse, costoro dovrebbero studiare la storia.
Purtroppo, in Italia è ammessa soltanto un’educazione monocolore (non importa a quale delle culture del sapere appartenga) ed è guidata da soggetti che sono del tutto incapaci di progredire. Mentre la politica è caratterizzata dall’ignoranza più imbarazzante, la conoscenza è gestita da cittadini che applicano pedissequamente gli stessi meccanismi che a loro volta hanno imparato dai predecessori: le accuse reciproche servono giusto a mantenere il sistema nell’immobilismo. Attribuire – troppo spesso, senza conoscerli – a dei martiri della guerra civile le proprie responsabilità è un fenomeno ai limiti del patologico che sottolinea quanto sia grave questo cortocircuito. Soprattutto se a farlo non sono degli accademici ottuagenari che ancora ricordano le privazioni subite durante la guerra, bensì dei giovani che per loro fortuna non hanno neppure vissuto gli anni di piombo. Continuando così, le nostre eccellenze saranno costrette a emigrare per decenni; qui non potranno mai trovare spazio.