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La ‘rivoluzione’ mancata

Scritto da il in Sociologia

I miei genitori hanno partecipato al ’77 su fronti avversi e sono passati attraverso il ’68, i miei nonni hanno affrontato il secondo conflitto mondiale, il mio caro bisnonno (l’unico che abbia conosciuto) era un ragazzo del ’99 e ha combattuto persino il precedente. Io posso dire soltanto di ricordare la caduta del muro di Berlino – seguita in diretta davanti a un televisore che trasmetteva ancora in bianco e nero – ma una ‘rivoluzione’ non l’ho vissuta benché per un decennio l’abbia preparata.

Sarebbe scontato citare Chuck Palahniuk e alla lunga mi trasformerebbe in un suo stalker. Ma ha espresso meglio di come m’accingo a fare io e con una migliore capacità di sintesi un concetto che dovrebbe preoccupare tutti gli early millenial: coloro, cioè, che sono nati fra il 1985 e i primi anni ’90 del secolo scorso. Ciò che presumo gli psicologi definirebbero il conflitto generazionale noi non l’abbiamo vissuto. Né da adolescenti, né da giovani adulti quali siamo ora… specie chi continua a vivere coi genitori come, loro malgrado, sono costretti a fare tanti coetanei incluso il sottoscritto. Tuttavia, dal fenomeno non sono esclusi neppure quelli che sono riusciti ad affittare una casa propria e ad avere dei figli. Il massimo della nostra contestazione è stata sugli orari di rientro serali nel fine settimana perché il sistema che abbiamo ricevuto non l’abbiamo mai criticato. Ne siamo diventati parte integrante, senza porci il problema d’essere così diversi da quanti l’hanno elaborato.
Fatico a parlare al plurale, poiché dai tredici anni ai venticinque ho rischiato la fedina penale e l’incolumità fisica per andare nella direzione opposta. Ai miei figli e ai miei nipoti, se gli dèi mi daranno in extremis la possibilità d’averne, potrò raccontare d’averci provato: perdendoci in salute e soprattutto in opportunità professionali. Perché – come non mancherò d’approfondire in separata sede – qui a noi non è chiesto altro che annuire. Se non avessi picchiato i pugni sul tavolo per anni, oggi avrei il classico 9-to-5 a tempo indeterminato, e tornerei in un appartamento condiviso tutte le sere per gustare la mia cena in porzione singola come il protagonista di Fight Club. E, invece, ho avuto la brillante idea di formarmi una coscienza critica e tuttora contesto un establishment che giudico fallimentare; col risultato straordinario di lanciare le mie invettive dalla stessa stanza che adornavo coi poster dei The Prodigy alle scuole medie inferiori. Questo è il prezzo da pagare.
Se sono tanto arrabbiato coi coetanei è perché subisco ogni giorno le conseguenze del mancato conflitto, della ‘rivoluzione’ che non è avvenuta. Siamo fondamentalmente divisi in due categorie: quella di quanti hanno accettato lo status quo, senza fiatare e quella di coloro che appena hanno potuto se ne sono andati all’estero perché non lo potevano sostenere ancora a lungo. Io appartengo a una terza via – che nella mia generazione ha avuto pochi seguaci – ovvero quella di chi ha provato a ribellarsi e ha fallito. Sospeso in un limbo nel quale sono incapace d’adattarmi e non ho le conoscenze linguistiche sufficienti a darmi la possibilità d’evadere, sottoposto alle regole di un’umanità in estinzione che non ha avuto alcuna progettualità per il mio futuro. Costretto a guardare dalla finestra chi nonostante tutto ha trovato il proprio spazio, odiando quelli che quando sarebbe stato il momento hanno scelto di non scegliere per non contraddire chi dovrebbe essere già in pensione da un pezzo.