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La “nuova ossessione” per il viaggio

Scritto da il in Sociologia

Gli psicologi hanno iniziato a chiamarla sindrome di wanderlust col consueto gusto per l’anglicismo o della voglia di girovagare, ma dietro alla compulsione attuale del viaggio risiede un banale meccanismo sociologico; l’effetto domino che i social network impongono ai propri membri e che enfatizza quelle tendenze che prima impiegavano molto più tempo ad affermarsi. Non è un atteggiamento patologico in sé. È, invece, il sintomo di un’altra patologia persino peggiore: mi riferisco al conformismo.

Viaggiare è uno dei tanti privilegi delle classi abbienti. Stupisce che – nel contesto economico e occupazionale più grave dal secondo dopoguerra – oggi un numero consistente d’italiani (soprattutto nella fascia d’età fra i 25 e i 34 anni) riesca a trovare il tempo e le risorse per farlo tanto spesso: conosco persone capaci d’organizzare persino quattro o cinque vacanze all’estero ogni anno. Due trasferte di Capodanno in Europa, per un massimo di tre giorni l’una, a me sono costate quanto lo stipendio d’un anno e mezzo; eppure, non mi sembra che il fenomeno sia limitato a chi percepisce una retribuzione sopra la media. Al contrario, adesso gli affetti dalla sindrome di wanderlust sono quelli che guadagnano meno… a ribadire l’attrazione delle masse per lo status symbol. Non è certo colpa dei social network se il possesso di qualcosa al di sopra delle proprie possibilità genera un appagamento emotivo che porta a sentirsi migliori. Tuttavia, qui non voglio farne una questione psicologica.
Se ci rifletti, fino agli anni ’80 gli operai che acquistavano le Alfa Romeo in leasing erano numerosi. Ora comprano gli iPhone e contraggono prestiti per andare in ferie, ma il meccanismo è lo stesso: né i cellulari dei ’90, né gli smartphone del terzo millennio hanno alterato la sostanza. Da un lato, una forma di compulsione individuale e, dall’altro, un’esigenza sociale di sentirsi all’altezza degli altri; voglio concentrarmi su quest’ultima. Un paio d’immagini relativamente recenti mi sembrano evocative. In ordine cronologico, la prima è quella degli albanesi che – guardando i quiz televisivi italiani – erano attratti dal benessere del nostro Paese e facevano di tutto per emigrare dal loro… la seconda è quella degli afghani che, ottenuta la ‘libertà’ dal regime talebano, correvano ad acquistare i beni di consumo occidentali. Potrei sceglierne diverse altre sulla stessa falsariga. I nostri nonni hanno vissuto lo stesso fermento dopo la deposizione del fascismo. Nihil sub sole novum.
Siamo tutti condizionati dai processi che coinvolgono la società. Io, ad esempio, subisco il business della formazione permanente: respinto dalle aziende cui ho sottoposto il mio curriculum, continuo a frequentare master e corsi professionalizzanti, che non servono ad altro se non a ridurre il mio potere d’acquisto e a mantenere stabile quello di chi li organizza. Gli improvvisati ‘viaggiatori’ – molto diversi da quanti potevano permettersi un Grand Tour – hanno soltanto aspettative diverse; la mia è l’indipendenza economica personale, la loro l’accettazione sociale. Entrambi siamo destinati al fallimento. Perché dovremmo sottrarci agli interessi altrui e concentrarci sugli obiettivi individuali, però le circostanze impediscono a chiunque d’agire in completa autonomia. Non bisogna scomodare David Hume per comprendere che l’abitudine guida il comportamento umano, né Karl Marx per affermare che le differenze inter-generazionali sono giusto sovrastrutturali. Le mode continuo a detestarle.