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La mania del controllo sul posto di lavoro

Scritto da il in Sociologia

In Italia, ma probabilmente succede altrettanto anche in altri Paesi arretrati, vige la regola della presenza: non importa che tu faccia davvero qualcosa, purché sia al tuo posto nell’orario stabilito. Nella cultura anglosassone contemporanea (che ha numerosi altri problemi e, forse, persino più gravi) sarebbe considerato illogico. Un dipendente che non produce nulla, a prescindere dai timbri sul cartellino, è un costo insostenibile soprattutto con la crisi internazionale dei mercati finanziari.

Una delle tante ragioni per cui il nostro amato Paese è destinato a soccombere è l’assurda cultura del lavoro che ha sviluppato dopo il boom economico degli anni ’60: non importa a nessuno che cosa ottiene una ‘risorsa’ (soprassedendo sul mio odio atavico verso il termine) durante la giornata. L’azienda richiede giusto che sul cartellino sia riportata la sua presenza per un numero d’ore coerente col contratto stipulato; se il dipendente ha trascorso il tempo ad aggiornare il proprio stato sui social network oppure a giocare con lo smartphone è irrilevante. Potrei affermare che sia grossomodo il motivo per il quale nessuna compagnia vorrebbe assumere uno come il sottoscritto, che rappresenta una sorta di nemesi del fenomeno, ma qui non è significativa la mia esperienza personale. Meglio, non voglio trasformare quest’intervento in un cahier de doléances perché il problema è serio e ci coinvolge tutti. Risolverlo quanto prima dovrebbe essere una priorità del Governo in via di definizione.
Esistono molte professioni per cui la presenza in luogo specifico è essenziale: non avrei potuto lavorare da remoto in cucina, ad esempio. N’esistono altre, come l’agente di commercio, che al contrario richiedono continui spostamenti. Mestieri simili non cambieranno mai – gli esempi potrebbero essere numerosi – e laddove il risultato della prestazione è l’unica garanzia di mantenere il proprio lavoro o d’avere uno stipendio non credo che sussista lo stesso problema. Tuttavia, la maggioranza dei ruoli che prevedono un impegno intellettuale (benché possa esprimere dei dubbi sull’effettivo raziocinio degli impiegati) potrebbero essere svolti da posizioni diverse; costringere un lavoratore a onerosi e lunghi spostamenti è controproducente, anzitutto per l’azienda. La produttività risente della stanchezza dovuta al viaggio e alla carenza di sonno. Sui treni lombardi io incontro decine d’individui tanto stressati che non realizzeranno alcunché di significativo una volta scesi dalla carrozza.
Potrei dilungarmi sulla loro alienazione, però non sarebbe una tesi convincente per chi assume. Le imprese italiane ragionano nell’ottica dell’interscambiabilità dell’impiegato (altro concetto profondamente idiota) e non avrebbero alcuna remora a trovare un altro disposto a sacrificare la salute per recarsi in un luogo dove non fare nulla per otto ore consecutive. Pensa, invece, a quanto costi a un’azienda avere dei dipendenti improduttivi: come minimo una dozzina di questi disgraziati potrebbe essere sostituita da un impiegato che lavora dal proprio domicilio o da dove gli è più comodo. Lo stesso risultato, raggiunto con un dodicesimo degli stipendi e la retribuzione di costui potrebbe raggiungere il doppio oppure il triplo dell’attuale, mentre la compagnia risparmierebbe comunque abbastanza per aumentare il fatturato. Gli altri undici potrebbero trovare un impiego diverso sulla stessa falsariga e l’economia del nostro Paese avrebbe tutt’altre prospettive. Così semplice e impossibile.