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Il precariato del lavoro e dei rapporti

Scritto da il in Sociologia

Esiste un rapporto molto stretto fra l’economia e la società, specie in una Repubblica fondata sul lavoro (dove a lavorare davvero è una minoranza). La ‘precarizzazione’ delle professioni può esserne la causa o la conseguenza, ma appare evidente che le relazioni affettive abbiano subìto delle modifiche sostanziali rispetto alle generazioni che c’hanno preceduto. Può darsi che la precedente concezione della famiglia fosse garantita dall’ipocrisia, però è chiaro che quella odierna sia squilibrata.

Quando penso alla famiglia – nel rapporto con le generazioni – mi piace visualizzare quell’immagine virgiliana in cui Enea porta il padre Anchise sulle spalle e tiene il figlio Ascanio per mano. Se Virgilio avesse la mia età e dovesse descrivere la società d’oggi, Ascanio probabilmente non sarebbe ancora nato e Anchise sarebbe costretto a portare Enea sulle spalle: una prospettiva tremenda, se riesci a immaginarla, che illustra molto bene come il nostro tempo abbia sovvertito l’ordine naturale. In nessun’altra epoca storica i figli già adulti (da un decennio e più) hanno potuto contare soltanto sulle risorse dei genitori. Mai. È una distorsione contemporanea che ha preso piede all’inizio del terzo millennio e potrebbe coinvolgere giusto noi: meglio per quelli che oggi sono alle prese con l’adolescenza, sempre ammesso che saranno in grado d’emanciparsi. La loro condizione al momento è persino peggiore della nostra e, al contrario di noi, non hanno conosciuto gli ostacoli della crescita.
Approfondirò altrove il problema della mancata educazione dei ‘nativi digitali’. Qui il punto è che il precariato riflette, anticipandola o posticipandola, la dissoluzione dell’unità della famiglia: non m’importa determinare se sia nato prima l’uovo o la gallina (riprendendo la cultura popolare) né dare un giudizio sulle questioni di genere oppure sessuali, quanto sottolineare la forza di questo legame. Stiamo distruggendo tutte le certezze che cinquemila anni di storia umana avevano eretto; quella sacralità religiosa perduta da secoli è venuta a mancare anche nel mondo laico. La nostra scientifica coscienza della caducità della vita è diventata un alibi per rendere qualunque fenomeno una parentesi temporanea… non abbiamo più il senso della trasmissione dei valori tradizionali a un’eredità biologica. Il matrimonio, al pari della procreazione, è un capriccio temporaneo che non prevede un impegno permanente. E non importa che sia o meno benedetto da un culto e da un rituale monoteistici.
Allo stesso modo, i contratti di lavoro – persino qualora prevedano un periodo indeterminato – possono essere facilmente dissolti. Ciò ha portato i membri della società a svalutare il significato dei contratti: la parola data è un accordo biodegradabile che dall’oggi al domani può estinguersi. Questa tendenza generalizzata (che non risparmia alcuna prassi dell’esistenza umana) demolisce a priori qualsiasi tentativo di costruzione del futuro. Lentamente, l’imperativo hic et nunc del nostro tempo c’ha esclusi dal ricambio generazionale e insieme ha annullato la possibilità che n’esistano; il contrattualismo ha fallito e quest’ansia collettiva d’ottenere dei vantaggi sociali che sono percepiti come instabili non può che generare il caos. Non dobbiamo stupirci delle attuali difficoltà a formare un Governo, quando noi non siamo neppure capaci di mantenere un’amicizia o una relazione… non è soltanto un problema d’inettitudine individuale, è un cancro sociale di quelli difficili da estirpare.