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Il lavoro rende liberi

Scritto da il in Sociologia

Il primo maggio, la festa del lavoro, a me ricorda piuttosto il motto che accoglieva i deportati nei campi di concentramento tedeschi: arbeit macht frei. Non è un’evocazione macabra… né Lorenz Diefenbach – autore della citazione – potrebbe essere tacciato di contatti col nazional-socialismo (essendo morto decenni prima della sua fondazione). È una presa di coscienza del ruolo assunto dal lavoro in epoca moderna e mantenuto nei secoli, fino alla nostra società dell’accesso. Una breve riflessione.

Sono stato cresciuto con la certezza che esistono tre età della vita: in quella che attraverso ora dovrei avere una posizione lavorativa stabile, una compagna e dei figli (non necessariamente in quest’ordine). Il primo maggio – forse, perché da e fino a quando ho avuto un lavoro non ho mai potuto festeggiare – per me è una ricorrenza ipocrita; qualche anno fa, accendendo la TV, mi capitava di trovare servizi sul ‘concertone’ di Roma al telegiornale. Un evento partecipato da post-adolescenti che non hanno ancora iniziato a lavorare e che brandiscono bandiere d’ideologie sconfitte dalla storia. Ho smesso da tempo di guardare i telegiornali e in questo periodo evito la frequentazione dei social network. Sì, perché dalla Repubblica fondata sul lavoro le eccellenze sono costrette a fuggire e chi è rimasto qui sublima il proprio disfattismo con lo shopping compulsivo nei centri commerciali dove pure le commesse lamentano l’obbligo ai turni festivi, senza il riconoscimento degli straordinari.
Mentre mio padre è in cassa integrazione (anche se lo chiamano ‘scivolo’ per renderlo più appetibile) e mia madre non aspetta altro che andare in pensione, dovrei festeggiare il diciannovesimo anno nel quale ho lavorato gratis oppure al di sotto della soglia imponibile. Il primo ‘lavoretto’ sottopagato risale addirittura al 1999 e ancora m’offrono soltanto tirocini curricolari. Appartengo a una leva che avrebbe fatto meglio a non studiare affatto, trovandosi a metà fra il benessere degli ’80 e la crisi economica del terzo millennio: la maggioranza dei coetanei che ad oggi corrispondono all’idea che avevo degli adulti non hanno frequentato né il liceo, né l’università. Io, all’apice del mio masochismo, dopo una laurea conseguita con lode mi sono persino iscritto a un master. Tanto per avere qualcosa da fare tra un colloquio e l’altro, imprecando contro i docenti a ogni dimostrazione della mia superiorità esperienziale nel settore in cui a vario titolo sono occupato da quasi due decenni.
I miei coscritti ritengono che l’atteggiamento migliore sia quello d’assecondare chi ha condannato un’intera generazione. Al contrario, io sono convinto che a ridurci così sia stata proprio la mancanza dello scontro generazionale: i nostri genitori hanno attraversato il ’68 o il ’77, noi siamo stati ammansiti dal benessere e i più giovani dagli ansiolitici. Qualcuno – devo ammetterlo, senza avere un largo seguito – ha provato a ribellarsi… perdendo gli anni migliori della propria vita ed essendo costretto a osservare da lontano coloro che allora sostenevano le idee dell’internazionalismo bolscevico e oggi non hanno altra preoccupazione che acquistare l’ultimo status symbol proposto loro da qualche responsabile del marketing. Già, proprio gli stessi che all’epoca il primo maggio andavano fieri a Roma ad ascoltare artisti e gruppi che subito dopo l’esecuzione potevano firmare per qualche etichetta discografica multinazionale. Quelli, insomma, a cui dovremmo ascrivere la nostra impotenza.