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Ambientalismo, dieta vegetariana e aborto

Scritto da il in Sociologia

Siamo la società della misantropia. Adottiamo una dieta vegetariana per non sentirci responsabili della morte degli animali d’allevamento, acquistiamo automobili elettriche per non inquinare l’ambiente, ma riteniamo l’aborto un segno della nostra civiltà: qualcosa non quadra (e il sottoscritto non è affatto un anti-abortista). Abbiamo sviluppato una profonda cultura anti-umanistica che antepone l’utile al giusto e per sentirci meglio abbiamo sovvertito l’etica tradizionale in nome del progresso.

Parlare d’aborto non è mai facile: l’argomento tocca dei nervi scoperti e genera un’immediata contrapposizione pregiudiziale fra i favorevoli e i contrari. Se ciò non bastasse per un qualche cortocircuito culturale comporta una critica alle ingerenze della religione (e in particolare della Chiesa cattolica) nella politica statale. Eppure, da un punto di vista sociologico, trovo interessante e al contempo agghiacciante constatare le ultime tendenze del pensiero comune. Qui non intendo affrontare il problema nella sua complessità, bensì sottolineare le tante incongruenze che lo riguardano; com’è possibile, infatti, che il cittadino europeo medio consideri più grave la morte accidentale d’un animale da compagnia rispetto all’omicidio volontario d’un feto umano? E, soprattutto, quando abbiamo iniziato a valutare la possibilità che la sopravvivenza degli altri esseri viventi inclusi i vegetali fosse preferibile a quella degli uomini? Ahimè, non esiste una terza via esente da contraddizioni.
La combinazione delle differenti posizioni in materia d’aborto, ambientalismo e animalismo obbliga a un giudizio morale comunque sbilanciato: gli animalisti vegetariani – nelle loro disparate declinazioni – sono costretti a cibarsi d’organismi viventi, se vogliono sopravvivere, mentre gli ambientalisti devono ammettere la contraddizione ideologica derivante da un’alimentazione eventualmente onnivora e chiunque è chiamato a interrogarsi sul senso dell’esistenza quando ammette l’aborto come una soluzione possibile. Se esistesse una scala dell’ipocrisia, l’ordine dovrebbe grossomodo ricalcare questo schema; un’altra misurazione, quella del grado di filantropia degli stessi, risulterebbe pure più deprimente. La vita umana (a prescindere dal livello d’empatia individuale del soggetto verso la natura) n’esce ridimensionata in termini d’importanza. Adolf Hitler era vegetariano e la primissima legge approvata dal governo nazional-socialista tedesco fu proprio quella sul rispetto dell’ambiente.
Esiste un’ampia letteratura sul fatto che il führer mangiasse anche la carne o il pesce. Tuttavia, la promulgazione della normativa (abrogata subito dopo la caduta del regime) è storica quanto i rapporti fra i Wandervogel e il movimento hitleriano. Non è questo il punto: non m’importa etichettare alcuno con delle categorie novecentesche per sostenere la mia tesi, quanto evidenziare che questo genere di contraddizioni non è inedito, né moderno. Proprio in nome della modernità e della libertà di scelta s’esprimono gli abortisti; un altro argomento frequente riguarda il corpo femminile e l’emancipazione della donna. Io, guidato soltanto da un cinico buonsenso, trovo che esistano delle condizioni in cui l’aborto sia addirittura necessario… ma – per quanto possa amare gli animali ed essere un sostenitore della tutela ambientale – ritengo che la vita umana abbia sempre una posizione dominante rispetto a quella degli altri organismi. Una cultura che lo mette in dubbio mi spaventa e m’indigna.