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La sudditanza verso il superiore

Scritto da il in Psicologia

Un aspetto davvero contraddittorio del carattere degli uomini è quello della sudditanza psicologica: la tendenza d’alcuni, cioè, a ‘prostrarsi’ dinanzi a un individuo che nella precisa circostanza rappresenti l’autorità. Un fenomeno acritico e automatico che muove dal pregiudizio; potremmo quasi dividere gli esseri umani (consapevoli di commettere un errore grossolano) fra quanti reagiscono e quanti subiscono la personalità altrui. Un confine che non è affatto preciso, né facilmente delineabile.

La caratteristica principale delle personalità borderline e che, pensando soprattutto al percorso del sottoscritto, più di tutte pregiudica i rapporti interpersonali è la pressoché totale mancanza di moderazione: negli anni s’impara a reprimerla – rischiando, al solito, d’esagerare – ma la costante repressione degli istinti comporta un’uguale e contraria alterazione del proprio stato emotivo. Considerando che stiamo descrivendo un’esigua percentuale d’individui (spesso ai massimi vertici delle rispettive discipline) è facile che questi nella maggioranza delle occasioni siano nel giusto e che esprimano dei concetti inappuntabili. Contraddetti, possono reagire seguendo il proprio istinto oppure evitare qualunque reazione; l’ultima circostanza è indotta dalla posizione autoritaria dell’interlocutore. Difficile, comunque, che l’inazione possa protrarsi all’infinito… e, quindi, uno scontro è inevitabile. È impossibile che un soggetto simile accetti a priori la sudditanza verso il superiore.
Non è presunzione. O, almeno, non per tutti: chi soffre di questo disturbo della personalità ha una grande consapevolezza dei propri limiti e raramente cercherebbe d’avere la meglio su un argomento che non conosce. Il problema subentra col fatto che noi non siamo uomini d’oggi e ragioniamo secondo parametri che la società ha bandito; ammesso che sia possibile parlare d’evoluzione, l’umanità – distinguendosi dalle altre specie animali – negli anni ha sovvertito le gerarchie naturali. Gli equilibri di forza fra gli individui non rispondono da secoli a motivazioni biologiche, perciò chi raggiunge il potere (che abbia o meno le caratteristiche per farlo pure in natura) ottiene quella posizione per altre ragioni e ritiene sé stesso infallibile come quanti sono affetti da una patologia attestata dalla psicanalisi. Sempre che gli psicanalisti riescano a cogliere la differenza fra i due comportamenti perché il delirio d’onnipotenza riguarda un po’ tutti gli uomini. Arduo distinguerne le cause.
Altri, al contrario, preferiscono adattarsi al contesto di riferimento. Adeguano il proprio atteggiamento al ruolo occupato dalla persona con cui devono relazionarsi: ragionando in termini positivisti dovremmo ammettere che sono più ‘evoluti’. Però non ho mai ritenuto il positivismo un’ideologia intelligente, né considero loro tali e per quanto mi riguarda li giudico pericolosi. Incapaci di difendersi – e inabili a una lunga serie d’attività – sfruttano l’ostentata sottomissione al soggetto dominante per non essere attaccati da quanti in natura avrebbero già sopraffatto entrambi. Gli unici organismi che riescono a sopravvivere in simbiosi con l’ospite non li definiamo parassiti a caso; né mi risulta che, escludendo l’uomo, esistano delle specie animali capaci di sopravvivere soltanto in ragione della loro sudditanza a un esemplare superiore (senza essere costretti a eseguire una qualche mansione). Forse, giusto quelli addomesticati che però non sono rappresentativi del regno biologico.