Salta al Contenuto Principale

La solitudine nella ricerca del significato

Scritto da il in Psicologia

L’ossessione per la ricerca del significato (nelle relazioni interpersonali, nello studio, nel lavoro, ecc.) è una patologia: un morbo che costringe chi n’è affetto a interrogarsi di continuo sul valore dei processi che lo riguardano. È opportuno identificare in questi un esplicito scopo o la minima interazione col mondo esterno diventa un’inutile perdita di tempo e uno spreco d’energie, col risultato di precludere inevitabilmente un esito positivo nel rapporto con gli altri individui coinvolti.

A dispetto di quanto possa emergere da queste pagine – come pure da una conoscenza superficiale del sottoscritto – non sono affatto sicuro di me stesso, né tanto meno di possedere la verità rivelata delle Sacre scritture. Al contrario, giorno dopo giorno mi rendo sempre più conto della mia inguaribile alterazione mentale: mi riferisco in particolare alla continua proiezione nel futuro delle azioni del presente. Ovvero banalmente alla strenua ricerca d’un significato da attribuire alle stesse e al tentativo di concentrarmi su quelle che ne hanno uno superiore alle altre. Posto in questi termini, il problema non dovrebbe neppure sussistere… poiché in astratto parrebbe essere un atteggiamento comune e persino invidiabile. Tuttavia, nella prassi quotidiana le azioni significative sono limitate e la casualità (laddove non l’istinto di sopravvivenza) a livello quantitativo determina l’agire umano. Una condizione che non ritengo accettabile e che patisco, senza riuscire granché a nasconderlo.
Lasciamo perdere le relazioni interpersonali, siano esse affettive o amicali, e concentriamoci sugli altri due àmbiti che ho citato in apertura. Sia nello studio oppure nel lavoro, mi ritengo inabile ad accettare (e, quindi, adottare) l’atteggiamento dominante: sono del tutto incapace di presentarmi e subire passivamente lo scorrere del tempo fino al suono della sirena del cantiere a mo’ dei contesti primo-novecenteschi. Eppure, sembra che alla risorsa di turno non chiedano altro; appiattendo le qualità individuali, nelle università e nelle imprese italiane – poiché non ne conosco altre – chiedono giusto di sedersi al proprio posto e aspettare il termine dell’orario previsto. Le interazioni, se necessarie, sono ridotte al compiacimento del narcisismo dei superiori. Guai a permettersi d’avanzare proposte, critiche o soltanto a porre delle domande! Il sistema funziona proprio perché nessuno mette in dubbio la sua palese idiozia. Bisogna restare in religioso silenzio e ogni tanto annuire.
Indossato questo habitus, la società – mentre da esso non riceve beneficio alcuno – ti riconosce come un adulto. L’appiattimento ossequioso al delirio collettivo, cioè, ti rende davvero parte della comunità: lo studio è ridotto a una ripetizione pedissequa delle idee talvolta approssimative dei professori e il lavoro alla presenza ruffiana al cospetto dei superiori. Non c’è alcuna crescita, ma qualunque deviazione dal percorso non può che comportare un isolamento dell’eretico. L’imperativo è riempire con la propria figura uno spazio fisico, in un tempo definito; come se il significato fosse un più di senso ingombrante, che obbligherebbe tutti a porsi il problema del valore del proprio agire. Ahimè, quest’ultima proposizione potrebbe riassumere dignitosamente la mia weltanschauung… motivo per il quale sento così forte l’influsso nefasto della patologia che ho contratto. Anziché farne una questione di merito, dovrei giusto farne una di metodo. Spostarmi dove richiesto e quando richiesto.