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La soddisfazione individuale e le insidie inconsce

Scritto da il in Psicologia

Parliamo di relazioni sentimentali. Possiamo raggruppare gli individui in macro-categorie psicologiche: la mia, fra tutte, è probabilmente la peggiore. Spazio dall’ossessione mai consumata alla passione travolgente, alla delusione, alla solitudine con la stessa disinvoltura di chi timbra il cartellino ed esce a occuparsi dei propri affari. Vittima del meccanismo della dipendenza e dell’assuefazione che caratterizzano ogni aspetto della mia esistenza terrena. Bulimico pure nel rapporto col sesso.

C’è un motivo se alcuni sono più inclini d’altri alle dipendenze. Le ragioni non sono biologiche – da quelle, al massimo, è predicibile la reazione alle disparate sostanze – ma la psicologia non riuscirà mai a identificare dei pattern definitivi per identificarle: io, nonostante oggi riesca a tenerlo sotto controllo, non sono bulimico soltanto nel rapporto col cibo. Lo sono in qualunque àmbito dell’esistenza e l’amore non fa eccezione. Anzi, potrei affermare che sia l’aspetto più patologico. Prima o poi scriverò qualcosa sulle caratteristiche fisiche dell’Homo sapiens che influiscono sui rapporti, ma in questa sede preferisco concentrarmi sul lato emotivo (e perciò sugli effetti nefasti dell’evoluzione). Non sono neppure convinto che definirlo ‘amore’ sia corretto perché la mia soddisfazione deriva direttamente dall’orgasmo che non è comunque esaustivo. Subentra, dopo un po’, il custom humeano a rompere l’idillio. E la ricerca ricomincia finché la mia pressione sanguigna lo permetterà.
Se avessi un tumore lo chiamerei Marla. Marla: il taglietto sul tuo palato che si rimarginerebbe se la smettessi di stuzzicarlo con la lingua, ma non puoi. Rubo questa citazione a Chuck Palahniuk – che a un certo punto dovrebbe pagarmi per tutta la pubblicità che gli ho fatto in questi anni – a riassunto del mio concetto di relazione. L’enorme problema è che una donna così non esiste… e, se esistesse, alla lunga rientrerebbe nel cliché di tutte le altre; quelli come il sottoscritto (cioè i più inclini alle dipendenze) arrivano inevitabilmente a una rottura dell’equilibrio patologico da cui è scaturita la scintilla. Se ne fossi capace, dovrei comportarmi come quegli uomini che scelgono una compagna per la vita e dozzine di frustrate per colmare quei vuoti generati dalla monogamia. Ahimè, sono condannato alla coerenza che non è affatto un valore né qualcosa da ‘sbandierare’ con orgoglio. Tanto meno qualcosa che renda migliori. Un fardello che impedisce di godere appieno delle esperienze.
Chi mi somiglia è un collezionista d’esperienze, non soltanto quelle che possono essere messe nel curriculum e delle quali comunque sembra non importare a nessuno. Come bambini non riusciamo a controllarci: fumiamo una sigaretta dopo l’altra, aspettando Godot al varco, e non sappiamo porci dei limiti. Desideriamo ardentemente ciò che non abbiamo e, una volta ottenuto, ne restiamo delusi e guardiamo altrove. Sperando di trovare un motivo per fermarci e trovare quella compensazione androginica che esiste giusto nella nostra mente malata; l’illusione può durare un istante oppure lunghi anni… non abbiamo uno schema. Almeno, io non l’ho e mi ritrovo a fantasticare su situazioni che non avranno mai luogo o se l’avessero sarebbe comunque meno entusiasmante della proiezione psichica. Col pessimo risultato di non stupirmi più, se non per il grado infimo dell’esperienza avuta. Paradossalmente sono convinto d’avere reso migliori le donne che ho incontrato. Forse, proprio per essermi fatto odiare.