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La depressione da compleanno

Scritto da il in Psicologia

Non tutti reagiamo allo stesso modo nei confronti delle ricorrenze. Io, ad esempio, da vent’anni a questa parte detesto il mio compleanno: più genericamente (come chiunque abbia sofferto di depressione) odio qualunque motivo indotto per essere felice. Nello specifico, invecchiare significa aggiungere un altro chiodo alla croce dell’inutilità individuale e sociale; riconoscere, insomma, i nuovi limiti e le opportunità mancate. Tutto ciò mentre sono costretto a ringraziare per gli auguri ricevuti.

Buffo, nevvero? Tutte le condizioni che la gente ‘normale’ giudica liete diventano dei fardelli insopportabili per chi è costretto a fare i conti con sé stesso: un fenomeno riconducibile a una qualche patologia autoimmune, a sua volta causata da un probabile malfunzionamento organico del proprio sistema nervoso. Il compleanno – al pari di qualunque altra occasione induca a redigere un bilancio – è un’occasione fra le più deprimenti che conosca; indugiare nell’ebbrezza non è un desiderio sfrenato d’abbandonare i freni inibitori per festeggiare, quanto un’ansiolitico a basso costo (e a breve termine) per allontanare la paura di morire. Ogni anno i motivi per avercela con me stesso aumentano, le aspettative per il futuro diminuiscono e i timori assumono i contorni delle certezze ineluttabili. Un lento, ma inesorabile cammino verso il fallimento individuale, che la società vorrebbe celebrare… ricordando un evento impregnato di sangue e grida. Alle volte mi domando chi sia davvero il folle.
Sono passati vent’anni dal primo insorgere dei miei disagi e un lustro circa dalla soluzione dei maggiori patimenti. Tuttavia, nonostante abbia in odio il mio corpo da una vita, a ogni ritorno della ricorrenza mia madre sente quel bisogno atavico di regalarmi un indumento: qualcosa che nella mia ottica distorta pone di fronte alla necessità d’una prova sullo stato impietoso del mio fisico. E, al solito, dopo le dovute raccomandazioni della vigilia sono costretto a ringraziarla, benché non abbia osservato la mia indicazione. Ma mentirei, se sostenessi che l’insofferenza per il mio compleanno sia generata soltanto da questo; anzi, dovrei al contrario ammettere di non farci neppure più caso come a una disabilità invalidante con cui sei obbligato a convivere dalla nascita. A farla da padrone è la consapevolezza giustificata d’avere trascorso un altro anno improduttivo, altri dodici mesi nei quali non ho concluso alcunché di remunerativo. Sì, la felicità è anzitutto una questione economica.
Le teorie del valore muovono tutte dal soddisfacimento dei bisogni al raggiungimento del piacere. Che cos’è la felicità, se non uno stato che sancisce la soddisfazione di qualunque necessità? Non facciamo dei sinonimi un problema linguistico, laddove l’esigenza è soltanto quella di non apparire ridondante. Dunque, per essere felici dobbiamo essere economicamente soddisfatti: non importa che l’oggetto del contendere sia il denaro in sé oppure una prospettiva quantitativa e qualitativa sul raggiungimento degli obiettivi prefissati. È comunque un’esigenza economica. La passione, il desiderio… sono sempre sensazioni economiche; il guadagno emotivo è il risultato della differenza fra ciò che s’ottiene e quanto l’altro può offrire. Siamo animali economici, prima che politici, e il meccanismo che lo determina è presente già a livello istintuale. Perciò – giunto al consuntivo del bilancio – io devo ritenermi in perdita costante da un periodo ragionevolmente troppo lungo per essere accettabile.