Salta al Contenuto Principale

Il senso di colpa e la compulsione

Scritto da il in Psicologia

È evidente che la generazione precedente patisca un enorme senso di colpa nei confronti della mia: non sarebbe spiegabile, altrimenti, come possa accettare di mantenerci oltre i trent’anni (e continuare a considerarci giovani). Né apparirebbe giustificabile la compassione verso sconosciuti migranti per i quali i nostri genitori non hanno alcuna responsabilità se non quella d’avere eletto dei governi imbelli per oltre un ventennio. Che, poi, è la medesima e una che riguarda anche i miei coetanei.

Quello italiano è un popolo davvero curioso… capace d’uccidere un’intera generazione, mantenendola economicamente per il rimorso e di provare empatia verso individui che – incontrati per la strada – diventano degli ‘spauracchi’ da eliminare: perché provocano il crollo del valore degli immobili, cucinano cibi che sprigionano degli odori sgradevoli e hanno abitudini incomprensibili che giudichiamo persino criminali. Non m’importa esprimere un giudizio sul fenomeno delle migrazioni, benché n’abbia uno e molto preciso, bensì analizzare il rapporto distorto dei miei connazionali con la realtà. Un rapporto che gli psicologi dovrebbero definire patologico, a mio avviso, perché provoca un cortocircuito nel senso etico d’adulti che tuttora ricoprono posizioni di rilievo nella società. Il senso di colpa per qualcosa che nessuno di loro ha consapevolmente desiderato e provocato; la compulsione per le responsabilità dei nostri nonni, a volerle proprio identificare. E che puntano il dito su di noi.
I nostri genitori considerano normale che persone come me e i miei coetanei, che abbiamo studiato più di quanto abbiano fatto loro, continuino a ottenere soltanto di lavorare gratis o per qualche ridicolo spicciolo: eppure, alla mia età questi erano già sposati e avevano un figlio di quattro anni con un trilocale in affitto. Al contempo, però, sono pronti a dichiararsi indignati per l’amara sorte di sconosciuti che neppure parlano la nostra lingua; quasi a dire che il senso di colpa per il colonialismo italiano – un fenomeno piuttosto contenuto e circoscritto al Novecento – sia più grande di quello per avere impedito alla prole di diventare adulta. Ma loro non hanno conosciuto la guerra se non attraverso i reiterati racconti dei genitori, né la povertà assoluta… essendo nati nel boom economico degli anni ’60. Tutt’al più possono avere partecipato ai moti di rivolta degli anni di piombo, dai quali comunque sono usciti indenni, con un lavoro a tempo indeterminato e un’ostentata saggezza.
Possibile che il futuro d’uno straniero che viene da migliaia di chilometri di distanza sia più importante di quello di quanti vivono ancora con loro? Più fastidiosa l’empatia mostrata dai coetanei che hanno aperto attività grazie al denaro guadagnato dai genitori oppure sono costretti a sopravvivere con le loro mance: che cosa rende un migrante meritevole d’un obolo e un connazionale inadatto ad avere un lavoro dignitoso? La proiezione istantanea delle proprie disgrazie sull’esotico è preoccupante; poiché a nessuno importa qualcosa del prossimo, sproloquiare sui diritti reali o presunti di chi non è che un simbolo risulta preferibile ad assumersi la responsabilità d’essere agente del cambiamento. Se per alcuni costoro costituiscono giusto un capro espiatorio, per gli altri non è molto diverso. Il migrante è una figura percepita come lontana, astratta e perciò passibile di giudizi moraleggianti che riguardano categorie estranee e parallele a quelle utilizzate per i propri stessi figli.