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Il motivo di questo nome

Scritto da il in Psicologia

Non ho ancora spiegato perché questo blog che è l’ideale estensione digitale del mio omonimo romanzo autobiografico inedito, ha questo titolo: né ho pubblicato interventi che abbiano attinenza coi motivi per cui quella locuzione latina ha un significato tanto importante per me. Forse, un giorno potrei persino tatuarla… se soltanto non m’avesse anticipato una persona con la quale, ahimè, sarebbe impossibile una relazione. Ho quel suo gesto impresso nella mente, così eccitante quando me lo mostrò.

Riesco a percepire quale sia la tua idea dei disturbi alimentari. Fragili ragazze oppresse dall’ideale di bellezza della società contemporanea che ‘stuprano’ il proprio corpo per somigliargli: non è – come non lo è mai nessuno – un pregiudizio infondato. Adolescenti che hanno una cultura superiore, se non accademica e una disponibilità economica medio-borghese; il cliché della modella anoressica non è un’immagine mitologica, ma fra le mille sfaccettature del problema è quello assai meno problematico e se fosse soltanto una questione estetica avrebbe una soluzione relativamente semplice. Eppure, sono patologie mortali e non affliggono soltanto le femmine (sebbene questa sia l’opinione comune) o i maschi omosessuali. Né sono appannaggio esclusivo delle classi più abbienti. Sarebbe opportuno affermare non modo sed etiam ed esiste effettivamente una relazione tra la cultura e la malattia che prescinde dal livello scolastico, però dipende comunque dalla capacità d’introspezione individuale.
Che cosa penseresti di me, se ti dicessi che ho sofferto di disturbi alimentari per un periodo pari all’età di chi è nato nei primi mesi del terzo millennio? Sarei ipocrita se sostenessi di non avere mai baciato un altro uomo da ubriaco, ma sono certo che se conoscessi la mia storia politica faticheresti ad associarmi a un soggetto effeminato: non voglio generare più stereotipi di quanti n’avessi prima di leggere queste righe, sia beninteso. È che in qualche modo devo allontanare da te l’idea che anoressia e bulimia siano patologie che riguardano soltanto il genere femminile (che corrisponda o meno al sesso biologico). Bisogna comprendere che quod me nutrit me destruit è un manifesto che non inneggia al dolore e non invita ad aggiungersi alla schiera di quanti – ognuno con la propria motivazione – sono ascrivibili a simili patologie. Piuttosto, è una metafora che accomuna tutti gli individui che hanno conosciuto e dovranno sempre fare i conti con una forma mentis indotta dalla società.
Ciò non intende de-responsabilizzare il soggetto. Esposti alle stesse problematiche sociali, individui differenti reagiscono in modi diversi: nessuno c’ha mai puntato una pistola alle tempie, sebbene il condizionamento familiare sia una componente imprescindibile. Se crediamo nella καλοκαγαθια è perché rappresentiamo un’eredità culturale che nei secoli è stata soverchiata da altri modelli ideali (al contrario di quanto possano pensare i più) e che per noi – poiché, pure essendo tutti diversi, condividiamo un’unica weltanschauung – simboleggia l’unica esistenza possibile. Siamo il retaggio dell’età dell’oro, insofferenti al pressapochismo contemporaneo e al buonismo moderno per cui un essere umano ha valore in sé; qualunque sia la ragione che ci spinge a portarci all’estremo, non necessariamente nelle abitudini alimentari, siamo più consapevoli degli altri della necessità d’emergere ed essere i migliori in ogni campo esperienziale. Rappresentiamo, insomma, la nemesi dell’italiano-medio.