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Il dramma della coazione a ripetere

Scritto da il in Psicologia

Esistono persone incapaci d’interrompere un ciclo nefasto che le porta a scegliere sempre di mettersi nelle condizioni peggiori per sé, in qualunque àmbito dell’esistenza: è frequente nelle relazioni sentimentali, ma il fenomeno riguarda pure l’ambiente lavorativo. Quello che gli informatici chiamerebbero an infinite loop è la coazione a ripetere che caratterizza chi non pensa d’avere mai espiato il peccato originale. Un punto essenziale della mia filosofia che un giorno illustrerò nei dettagli.

Il dolore è un aspetto pregnante della vita umana. S’io avessi scritto quel romanzo autobiografico che continuo a procrastinare, sapresti già a che cosa mi riferisco: sono convinto che l’esistenza sia giusto una questione di violenza – esercitata o subita – e che l’individuo continui a muoversi fra i due estremi. Sebbene la nostra società abbia bandito il negativo, quasi effettuandone una rimozione psicologica, n’abbiamo ancora la necessità; le religioni (e in particolare quelle monoteistiche) hanno interpretato meglio della cultura secolarizzata questo bisogno umano, troppo umano, che in alcuni soggetti patologici sfocia nell’autolesionismo. Ma non è necessario sgarrarsi le vene per adottare atteggiamenti all’apparenza controproducenti che, invece, servono all’individuo che vuole mantenere una certa stabilità mentale a dispetto dell’invasività sociale che lo vorrebbe disumanizzato. La coazione a ripetere è fra questi e di tutti è il più ostinato e pericoloso per l’emotività dell’uomo.
Che cos’è, se non una forma moderna dell’auto-fustigazione e del cilicio, l’addestramento in voga nelle culture urbane e nella criminalità organizzata per cui al membro che intende entrare nel branco è richiesto di sottoporsi a violenze più o meno invalidanti? Se soltanto riuscissimo a spogliarci dei nostri pregiudizi, comprenderemmo quanta religiosità c’è nel ‘farsi le ossa’ dei gruppi ultrà: e capiremmo perché il dolore fisico aiuta a cacciare quello emotivo. In una prospettiva futuristica – e mi sentirai spesso recitare questo mantra – significa demolire i monumenti della storia per distruggere quelli spirituali; un’immagine che trovo particolarmente poetica e che tradotta vuole indicare nel sangue la cura alle lacrime. Purtroppo, la coazione a ripetere è un placebo che non estingue la malattia… benché in qualche modo riesca ad attenuarne i sintomi. È una risposta dell’uomo debole, incapace (nella circostanza o del tutto) d’abbandonarsi alla logica della violenza. E alla sofferenza.
Le culture che hanno mantenuto una relazione col Sacro, come quella indiana e le varie sudamericane, riescono a evitare i problemi psicologici tipicamente occidentali: dagli attacchi di panico ai disturbi della personalità. Perché il flagellante messicano che porta la croce nel deserto sotto al sole cocente non è un folle, bensì un uomo che esorcizza il proprio bisogno di soffrire per non doverlo fare nel quotidiano. Al pari dell’ultrà, che – preda dell’adrenalina – carica disarmato un manipolo di forze dell’ordine in tenuta anti-sommossa. La follia è quella di chi s’abbandona a rapporti improduttivi, a professioni alienanti, e in generale ad attività controproducenti. Le cicatrici epiteliali sono considerate un trofeo da tutte le società umane, mentre quelle spirituali sono invisibili agli occhi e fini a sé stesse. Dovremmo imparare a ridurre il processo del pensiero e ad attivare più spesso quell’istinto autolesionista che ci protegge dai pericoli reali, anziché da quelli potenziali.