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Il desiderio del possesso

Scritto da il in Psicologia

Fra i desideri più pericolosi per la psiche umana, nonché uno dei tanti più difficilmente evitabili, è quello del possesso. Non è soltanto una conseguenza della gelosia: il cervello umano riflette le esigenze istintuali, ma gli uomini non procedono per esperienze scollegate. Sopravvivono per l’idea generale che ne deriva e da essa non possono prescindere. Le relazioni, perciò, procedono sulla base della fiducia reciproca che è messa di continuo in discussione dalla natura stessa degli individui.

Monogamia ed eternità sono due termini in contraddizione fra loro. Almeno, per quanto riguarda gli esseri umani: la prima non è conciliabile con la seconda e non perché siamo mortali. Ricondotta a un arco limitato – dall’inizio d’un rapporto alla fine della vita biologica – è comunque a essa inconciliabile. Tanto gli uomini, quanto le donne allo stato animalesco avvertono l’esigenza di limitare l’accoppiamento a un partner giusto in periodi definiti; un arco temporale che può durare mesi o anni, ma che non coincide con la sopravvivenza dall’incontro. Consapevoli d’una simile precarietà, abbiamo reagito sviluppando un desiderio inconscio che sovverte l’ordine naturale ovvero quello del possesso. Siamo incapaci di concepire razionalmente (salvo rare eccezioni che sfociano nella patologia) una relazione a termine né, da predatori, potremmo ammettere di condividerla con altri individui. Eppure, benché appaia paradossale sarebbe la migliore strategia adottabile per la nostra salute mentale.
Se fossimo capaci di non proiettare la nostra esistenza all’infinito e di vivere davvero il momento, allora avremmo una maggiore soddisfazione dai rapporti e saremmo persino degli amanti migliori. Tuttavia, siamo erroneamente portati a credere nell’uniformità della natura: se oggi è così, allora lo sarà sempre. Inutile sottolineare quanto sia fallace e persino controproducente questo ragionamento. Partiamo dal presupposto che una situazione non possa cambiare, finché non subentra un elemento interno o esterno a essa che la modifichi; ma la mancanza d’elementi di novità non è molto diversa dalla loro presenza. La stessa preda conquistata ieri, insomma, oggi ha bisogno d’essere catturata di nuovo come lo sarà domani e non reiterare la caccia è un sintomo d’insofferenza che non dovremmo ignorare. Significa che avvertiamo il bisogno di cambiare la nostra dieta e non assecondarlo ha l’effetto di frustrarci emotivamente. La società che abbiamo eretto funziona allo stesso modo in vari àmbiti.
Il problema è che pensiamo in termini economici. Ogni nostro investimento deve avere un ritorno proporzionale alle nostre ambizioni: perdere il capitale acquisito sarebbe folle. Ciò vale per le relazioni sentimentali più che per il lavoro o la posizione sociale, nonostante sulla carta siamo pronti a fare del romanticismo spicciolo. Non è l’amore a legarci alle persone, ma il vantaggio o valore marginale della loro presenza; a livello fisico, quanto idealizziamo non è che un maggiore afflusso di sangue ai genitali. Come possiamo parlare di rispetto, se i nostri legami (inclusi quelli amicali) sono regolati da uno spietato divide et impera? A prescindere dall’etica che abbiamo sviluppato, restiamo degli animali che si comportano come tali. La differenza essenziale è che – a differenza degli altri mammiferi – anziché la necessità, abbiamo la volontà. Perciò il nostro stupro individuale e collettivo è consapevole e intenzionale, mentre potremmo soddisfare i nostri bisogni, senza infierire.