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Il cervello enterico e gli attacchi di panico

Scritto da il in Psicologia

La scienza ha confermato da tempo ciò che tutta l’umanità sapeva – almeno, fino al romanticismo – ovvero che abbiamo un sistema nervoso enterico: una sorta di secondo cervello che agisce indipendentemente dalla nostra volontà. Ciò, insomma, che in gergo definiamo ‘somatizzare’ o riversare sul corpo le emozioni. Non è un fenomeno paranormale né un sintomo d’una patologia mentale; è un segnale che stiamo facendo qualcosa che il nostro inconscio ritiene controproducente per la nostra sopravvivenza.

Finché il romanticismo (inteso come la corrente letteraria) non ha effettuato uno spostamento della sede naturale dei sentimenti, la civiltà occidentale ha sempre considerato lo stomaco come l’organo più rappresentativo delle emozioni. Oggi sappiamo d’avere un sistema metasimpatico ovvero di possedere una quantità significativa di neuroni che determina il nostro stato fisico, senza che il cervello possa volontariamente controllarlo: è grossomodo il motivo per cui alcuni di noi soffrono d’attacchi di panico. L’effetto collaterale immediato del suo intervento – riguardo a questo proposito – è il blocco della salivazione, che nel soggetto determina la sensazione di non riuscire a respirare nonostante il corretto funzionamento dell’apparato respiratorio. Inutile sottolineare l’ansia provocata da una simile condizione, cui s’aggiunge una fastidiosa oppressione al petto che dà al malcapitato l’idea d’essere prossimo ad avere un infarto o qualcosa del genere. Chi l’ha provato può confermarlo.
Alcuni, come il sottoscritto, possono anche soffrire di forme più o meno gravi di reflusso gastro-esofageo… ma il problema è che non esistono evidenze mediche che possano confermare l’azione del cosiddetto cervello enterico: non è possibile, cioè, sottoporsi a un esame clinico che lo dimostri perché l’apparato digerente continua a funzionare correttamente. L’unico sintomo attestabile è quello d’una apparente e leggera disidratazione. Capirai che è difficile spiegare a qualcuno che cosa significhi soffrire d’attacchi di panico, soprattutto quando è sufficiente allontanarsi dal pericolo potenziale che il sistema nervoso segnala per stare meglio; io, ad esempio, dopo qualche minuto sulla via di casa (consapevole di che cosa mi stia accadendo) inizio a eruttare perché ritorno a produrre la saliva e mi tranquillizzo. Quand’ero adolescente, dovevo assumere delle benzodiazepine per ottenere lo stesso effetto e può capitarmi tuttora d’essere costretto a ricorrere ai farmaci nei casi più gravi.
Approfondirò in un secondo momento la questione dei pericoli potenziali o percepiti a livello inconscio. È un meccanismo complicato che ha permesso all’Homo sapiens d’evolvere, ma che al contempo ha portato con sé una serie di problemi come appunto gli attacchi di panico: nulla a che vedere con la paura. Chi ne soffre non è colpito da allucinazioni per cui ritiene che il mezzo di trasporto sul quale viaggia stia per esplodere o d’essere perseguitato da uno sconosciuto; il ‘panico’ è dovuto alla sensazione di non respirare, benché la glottide funzioni a dovere. Perciò l’unica soluzione ragionevole è quella d’allontanarsi subito dalla fonte del problema e trovare il modo di calmarsi. Ciò, come puoi immaginare, genera una serie di conflitti sociali quando a causare il malessere è il luogo di studio o di lavoro, dal momento che la somatizzazione subentra ogni volta che l’individuo prova a recarcisi ed è impossibile prevenirla se non attraverso una continua sedazione, ch’è affatto salutare.