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I capelli bianchi sulle ginocchia

Scritto da il in Psicologia

Qui sarò molto più ‘personale’ del solito, andando a riprendere quella stessa falsariga che caratterizzerà il mio romanzo autobiografico (sempre ammesso che mi decida a scriverlo): vedersi invecchiare – e, soprattutto, vedere come invecchiano i propri cari – è spaventoso; amplifica il senso di smarrimento verso il futuro e la rabbia repressa per i tanti errori commessi in passato. Le possibilità diminuiscono… e quell’attesa ansiogena d’emergere ormai s’avvicina a grandi passi alla rassegnazione.

Questa mattina sono andato a tagliare i capelli, che piano piano s’avvicinano come la barba al modello che ho in mente, ma (mentre sono stato lasciato per un attimo dalla parrucchiera) la vista dei tanti, troppi peli bianchi caduti sulle ginocchia è stata impressionante. Per la prima volta ho realizzato quanto sia invecchiato in questi anni: pure lo specchio è stato impietoso, enfatizzando le occhiaie dell’ennesima notte agitata dopo una serata in solitudine. Non erano bastati i matrimoni dei coetanei, le separazioni, i figli… cerimonie dalle quali mi sono sempre mantenuto lontano; non che sia stato difficile, dal momento che con l’avanzare del tempo è diminuita l’età delle mie frequentazioni e i compagni d’una vita hanno preso altre strade. Eppure, quella vista m’ha sconvolto. È stata l’ennesima presa di coscienza di un’esistenza buttata, bruciata, inutile agli altri e gravosa per il sottoscritto. Un simbolo del fallimento sociale e individuale che, ahimè, sembra essere irreversibile.
Credimi, non è una questione estetica. Alla mia età speri che i capelli diventino bianchi al più presto per due buone ragioni: il ‘brizzolato’ affascina e diminuiscono le possibilità di perderli. Il problema è emotivo. Quando hai speso decadi a lottare contro i mulini a vento per un Paese migliore e a indagare te stesso per essere un individuo migliore, capire che quegli sforzi sono stati inutili e che il tuo tempo ha varcato la soglia del mezzo del cammin di nostra vita (ho grossomodo la stessa età di Dante Alighieri quando scrisse il suo capolavoro) è un ulteriore peso da portare sulle spalle. Non puoi alleggerire quello dei genitori che hanno il doppio dei tuoi anni, né recuperare il tempo perduto. Dovresti rassegnarti a diventare l’anziano patetico appoggiato al muro col drink in mano che osserva con sguardo lascivo le ventenni discinte in quei locali dove ti scambierebbero per il proprietario. Solo, sopratutto solo; un aggettivo che non uso volentieri e che m’ha sempre spaventato.
Invecchiato, prima di trovare il mio posto nel mondo. Alcune opportunità me le hanno negate, ad altre ho rinunciato io – più o meno consapevolmente – ma non incolpo altri che il sottoscritto per com’è andata. Non sono diventato un avvocato, né un ufficiale dell’esercito e non m’è riuscito neppure d’avere l’iscrizione all’Albo come giornalista: a che cosa sono servite le battaglie politiche, lo studio e i titoli conseguiti? Neppure come cuoco valgo granché. Meno ancora come amico da quanto sono costretto a dedurre. Come amante, invece, vado bene giusto tra una relazione e l’altra; un giullare ‘tappabuchi’ col quale non parlare d’altro che d’inezie per evitare le sue filippiche. Meglio non prendere neanche in considerazione il mio ruolo di figlio. Ora le cicatrici fanno più male di quand’erano ferite aperte e la mia immagine è una maschera di decadenza che non sopporto. Dolori che, se fossi un poeta giambico, direi d’annegare nel vino come di fatto in questo periodo m’accade ogni giorno.