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Hic sunt leones

Scritto da il in Psicologia

Era ciò che scrivevano i Romani, sulle mappe, riguardo alle terre non ancora civilizzate: è stato ripreso da un famoso gruppo ultrà – il primo in Italia – ormai disciolto. Il significato, da negativo che fu, è diventato ‘positivo’ o comunque ha invertito il senso; oggi, hic sunt leones è un grido di battaglia contro la viltà dell’avversario reale o supposta che sia in ragione del proprio coraggio. Un inno hobbesiano che ricorda la natura ferina dell’umanità, oltre ogni ipocrisia della modernità.

L’uomo vive, già a partire dalla nascita, una struggente contraddizione. Non può sopravvivere nella solitudine, ma neppure essere altruista: la prospettiva hobbesiana dell’homo homini lupus (in cui credo fermamente) genera un conflitto inconciliabile che a sua volta crea nell’individuo una costante tensione fra ciò che è bene per sé e ciò che lo è per gli altri. Tutte le enunciazioni etiche dei filosofi ruotano attorno a questi due fuochi; secondo me, il compromesso conduce giusto all’insoddisfazione e alla frustrazione continue. Motivo per cui la realizzazione personale non può che venire da un ‘torto’ perpetrato ai danni di qualcuno. Nel scrissi la tesina della maturità su questo stesso tema ed ebbe un successo tale che non sono riuscito a mantenerne una copia! Ti sarai reso conto che quest’intervento ha un registro diverso dal solito. Forse, più elevato di quanto dovrebbe… ma oggi sono particolarmente ispirato e tendente all’autocompiacimento, perciò dovrai fartene una ragione.
Sia per il soddisfacimento sessuale, o per l’affermazione nel lavoro, avendo rinunciato alla guerra combattuta sul campo – che appena in parte può essere sublimata dall’attività fisica – non conosciamo più alcuna complicità. Siamo costretti al precariato professionale che abbiamo riversato sui rapporti umani: il ‘branco’ s’è ridotto gradualmente all’individuo e il senso d’appartenenza è un retaggio del passato. In questa prospettiva, il nemico è ovunque. Continuando a frequentare persone che vivono il presente, senza progettare alcunché per il futuro, ho iniziato a sviluppare la medesima sindrome; la differenza, rispetto agli altri, è nell’intenzionalità. Me ne occuperò, presto, ma il punto è che il carpe diem dei coetanei differisce dal mio. Nel momento in cui decido (poiché non riesco a farlo spontaneamente) di concentrarmi sull’oggi cambia persino il tono dell’umore. Prevale la volontà animalesca d’affermazione volontaria del sé e, al contempo, di distruzione sistematica dell’altro.
Non fraintendermi, non intendo imbracciare una mitragliatrice automatica e fare una strage, come avviene negli Stati Uniti d’America. La distruzione dell’altro è molto più sottile: può essere un flirt oppure una frase che colpisce nel segno. La volontà di potenza emerge nell’istante in cui (col proprio comportamento) s’invade il confine altrui e s’innesta il proprio seme; come una bandierina del RisiKo! ficcata nei nervi del prossimo per provare un piacere effimero che scatena l’innamoramento o la depressione. Le cicatrici che questo atteggiamento – del quale chiunque è stato sia vittima, sia carnefice – sono peggiori di quelle della carne. Non è detto che possano rimarginarsi. Eppure, esclusi gli stati d’alterazione del sistema nervoso indotti, la nostra felicità è proporzionale alle ‘vittime’ che causiamo e inversamente proporzionale a quanto spesso ne siamo vittima’. È un processo inevitabile, che prescinde dall’intenzione individuale, cui non possiamo sottrarci a nostro piacimento.