Salta al Contenuto Principale

Triumph des Willens

Scritto da il in Filosofia

Non esiste altra soluzione al fatalismo della volontà. Essa non dipende affatto dalla ragione, ma muove dall’istinto per raggiungere la soddisfazione immediata: e – una volta raggiunta – spinge a desiderare qualcosa di meglio. Ancora e ancora, finché il sangue continua a scorrere nelle vene. Non esiste altro limite di quelli che l’intelletto impone. Ahimè, il processo del pensiero è tanto forte da annebbiare questa consapevolezza che pure tutti abbiamo interiorizzato già a partire dalla nascita.

Inutile nascondere la citazione del lungometraggio di Leni Riefenstahl che, a dispetto del significato propagandistico, offre un’immagine molto suggestiva del trionfo della volontà: dobbiamo superare il decadentismo e l’esistenzialismo, erigendo una corrente nuova e attuale che non prescinda da un concetto indiscutibile. Volere è l’unica speranza che abbiamo. Significa imporsi al mondo in una contraddizione devastante; maturando, comprendiamo che limitare il cambiamento di sé indotto dagli altri sia già una conquista. Ma non possiamo accontentarci di ridurre l’erosione dell’alterità come i deboli. Dobbiamo, invece, disabituarci all’abitudine e cancellare col dolore fisico quello emotivo (ingannando la disperazione cui accompagna il processo del pensiero). Riconquistare quella dimensione istintuale che la società sottrae al fanciullo per imbrigliarlo nelle sue dinamiche misantrope e rivendicare il primato della forza autodistruttrice sul conservazionismo obbligato imposto dal buonsenso.
Le cronache riportano che i pensionati oggi sopravvivono tre volte più a lungo rispetto agli anni ’70. La paura della morte ha spinto l’uomo contemporaneo a trovare degli espedienti per ingannarla: ahimè, producendo generazioni d’anziani in lenta decomposizione – che gli ingrati parenti abbandonano nelle moderne carceri per la vecchiaia – e nuove generazioni d’individui incapaci di lottare, nonché privati del rapporto con la memoria storica. I giovani pagano con le patologie mentali il rifiuto di mettersi da parte di quanti li hanno preceduti; esauriti i farmaci per curare quelle corporee, sono le malattie dell’intelletto a impestare l’Occidente. Viviamo sedati da chi avrebbe dovuto invitarci a combattere e, al contrario, ha esplicitamente voluto escluderci dalle posizioni dominanti per non ammettere a sé stesso d’essere giunto al tramonto. Una reazione collettiva appare al momento impossibile. Perciò, l’alternativa è un individualismo radicale e ostinato, che dimentichi ogni pietismo.
Svuotati di significato dei concetti come patria, nazione e socialismo – nonché ridotta la famiglia a un retaggio di cui liberarsi – abbiamo giusto noi stessi. Siamo tornati, dopo cinquemila anni di storia, al nomadismo: zingari d’un mondo che non abbiamo contribuito a erigere e sul quale non è stata chiesta la nostra opinione. Il riscatto può avvenire soltanto con la ribellione individuale alla follia di quest’epoca; una contro-cultura della violenza che riporti in auge l’animalità umana per non soccombere al delirio psicotico d’una società che condanna l’uccisione di tutti i mammiferi, fuorché dei cuccioli dell’uomo. Ma la violenza cui accenno non ha nulla a che vedere con lo scontro interpersonale… è, anzi, una battaglia contro di sé per sopravvivere ai propri fantasmi. Un’autocostrizione alla sofferenza fisica che superi la passività del cilicio per approdare all’attività del duro allenamento. Non conosco un’altra formula così efficace per non essere seppelliti dai nostri genitori.