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Iterum rudit leo

Scritto da il in Filosofia

La Serenissima ha un fascino particolare per il sottoscritto. Ogni volta che ritorno a Venezia riconosco i luoghi in cui sono stato, ho una serie infinita (e a tratti persino molesta) di déjà-vu e ciò nonostante non potrei dire di conoscerla. La porto nel sangue della mia nonna materna e nel vino bianco frizzante, quel Prosecco della Valdobbiadene che la fa da padrone in cantina. Ma anche nella Basilica del Santo di Padova cui mia madre fece un voto quando rischiava di perdermi. Più d’una città.

Venezia non è soltanto una città. È il Veneto. Anche se – come Milano rispetto alla Lombardia – rappresenta un unicum irripetibile: i veneti che abitano in altre province non sarebbero d’accordo con me e, anzi, m’insulterebbero pesantemente se soltanto leggessero queste righe. Farei lo stesso se mi dicessero che la Madonnina è il simbolo della mia regione; non penso che esista un capoluogo meno rappresentativo del proprio territorio com’è quello lombardo… e non ne faccio una questione campanilistica. I milanesi sono un melting pot culturale che non ha nulla a che vedere addirittura con l’Italia, al pari di Londra con l’Inghilterra. Mentre la Serenissima è l’essenza stessa della Repubblica che fu (nonostante le differenze dialettali che contraddistinguono i suoi abitanti). È un luogo che da secoli incanta il mondo intero. Non potrei chiamarla ‘casa’ e non sono sicuro di volerci abitare, però ne sono da sempre affascinato. E dopo diciott’anni è arrivato finalmente il momento di tornarci.
Il leone alato di San Marco è un simbolo evocativo della sua forza immortale: i colori le conferiscono un fascino barocco e la sopravvivenza secolare alle caratteristiche infauste del territorio dove sorge sono un monito sul carattere dei veneziani. Una stirpe d’uomini e donne difficili da trattare in un mondo come il nostro. Il contatto con le altre culture non ha impedito che mantenessero un’identità tanto forte da minacciare persino quella italiana: la mia nonna, ormai novantenne, ha un aplomb irreprensibile come quello di suo padre… morto vicino ai cent’anni indossando ancora con orgoglio quella stessa camicia nera che indossava a La Fenice quando fece la guardia a Mussolini. Devo molto del mio carattere all’incontro fra la cultura veneziana e quella valtellinese; un connubio devastante, se rifletto sul dialogo impossibile con la modernità. Venezia è una città che resiste impassibile all’erosione dell’Adriatico e ride in faccia ai suoi detrattori. Un mito secolare che destabilizza.
Quest’anno, dopo un rapido saluto ai luoghi istituzionali, vorrei addentrarmi nei vicoli meno battuti. Visitare l’università, vivere come un veneziano: i turisti – nella peggiore accezione del termine – non li ho mai sopportati. Mi spiace giusto non avere assistito al Carnevale o al che costituiscono i momenti più importanti fra le ricorrenze; Venezia è bella anche con la pioggia, ma è vestita a festa che raggiunge il culmine. Il paradosso è che ho in odio il mare e di norma mi tengo alla larga dall’acqua… un’eccezione che le concedo volentieri. Chissà che cos’è cambiato in questi lunghi anni d’assenza, chissà come la ritroverò. Ormai, anche i parenti sono stati costretti da varie vicissitudini ad allontanarsene. Il periodo dovrebbe essere ideale per schivare la maggioranza dei visitatori connazionali che sono più maleducati degli stranieri e godere appieno della stagione primaverile. Però la cosa importante è andarci con la persona giusta, in spregio delle troppe malelingue.