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Il suicidio della giovinezza

Scritto da il in Filosofia

La vecchiaia non dipende dal tempo: è una condizione intellettuale ed emotiva che subentra una volta per tutte oppure a più riprese nel corso della propria esistenza. È un ‘suicidio’ della giovinezza, che alcuni rischiano di non esperire mai a causa delle troppe imposizioni sociali. Essere giovani significa desiderare, combattere, ribellarsi; tuttavia, molti sono incapaci già dall’adolescenza d’opporsi alle comodità dell’asserzione. Preferiscono obbedire agli altri… e trarne vantaggi definitivi.

Le categorie sono un’arma a doppio taglio. Siamo costretti a farvi ricorso, poiché riconosciamo l’eccezione soltanto laddove abbiamo interiorizzato a priori la regola: ragioniamo per differenza. E in questi termini non posso escludere l’esistenza d’individui che non hanno mai conosciuto la giovinezza. Altri, invece, hanno rinunciato a vivere davvero per una contingenza (la nascita d’un figlio, il termine degli studi, il pensionamento, ecc.) e trascorrono il tempo che resta loro a rimpiangere il passato. Sono entrambi atteggiamenti patologici, benché il secondo sia preferibile al primo; almeno, costoro una scintilla l’hanno pure conosciuta. Eppure, conoscere il meglio e perderlo per sempre non è una condizione invidiabile… sarebbe preferibile non averlo neanche mai desiderato. Però io non riesco a comprendere come sia possibile ‘immolarsi’ al fatalismo e chinare il capo al comune buonsenso. Comportarsi cioè come la società s’aspetta da un soggetto d’età, lignaggio e cultura determinate.
Siamo animali abitudinari perciò non è fuori luogo che qualcuno s’accontenti della propria posizione e riesca a convincersi che sia il meglio per sé. Peggio quando è costretto a farlo per qualcuno che dipende da lui. In generale, il momento in cui smettiamo d’imporci al mondo coincide nel suicidio della nostra giovinezza che è l’essenza stessa della vita. Dopo la rassegnazione, ogni esperienza risulta passiva: non importa viaggiare per mete esotiche o provare nuove emozioni. Tutto appare – ed è vissuto – come una superficiale variante della routine quotidiana. E le giustificazioni addotte sono tanto banali da non essere credibili; abbiamo numerosi esempi di come il corpo umano possa permettere prestazioni eccezionali a qualsiasi età. Né esistono menomazioni così gravi da impedire una reazione se non il decesso. Viviamo di grandi e piccole scuse, grandi e piccole bugie che raccontiamo a noi stessi e agli altri per sentirci supportati nell’idiozia di mantenerci in un’immobilità costante.
Talvolta, dicevo, questa vecchiaia è una situazione temporanea. Uno stand-by più o meno consapevole dovuto a un lutto che non riusciamo a elaborare: un fallimento di qualsiasi tipo che proprio non possiamo digerire. È il frutto marcio della cultura dell’understatement dove non è concesso essere troppo tristi o felici; uno sterile invito alla moderazione che alla lunga annichilisce ogni desiderio. Un progressivo allontanamento dal dolore che a torto è percepito come negativo, mentre a esserlo è la sua totale mancanza. Una vita priva del negativo non può che sfociare nella perversione quanto una che non conosce il positivo (e genera una società misantropa). Dovremmo entrare nell’ottica che, se l’istinto d’autoconservazione è nocivo, giusto una ferrea volontà d’autodistruzione può salvarci… e non mi riferisco certo alle pratiche autolesioniste degli adolescenti ‘problematici’. Ma persino quelle sono migliori dell’inerzia collettiva che spinge al suicidio intellettuale e allo stupro di sé.