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La truffa della formazione continua

Scritto da il in Economia

La crisi internazionale dei mercati finanziari ha prodotto l’abbandono di un’intera generazione, la mia: laddove i pessimisti – o, se preferisci, i realisti – vedevano una debolezza, gli ottimisti (che preferirei definire opportunisti) hanno visto un punto di forza. Il precariato ha conosciuto un’esplosione dei corsi d’aggiornamento o avviamento alle più disparate professioni che non è affatto coincisa con l’effettivo collocamento dei discenti. Insomma, una truffa che ci sta costando molto cara.

Qualche decennio anno fa, complice l’erogazione degli incentivi del Fondo sociale europeo, anche in Italia sono aumentati esponenzialmente i corsi professionali: alcuni orientati ad arginare i rischi dell’abbandono scolastico, altri a sostenere l’alta formazione (alcuni dei miei docenti hanno frequentato gratuitamente dei master che ad oggi costano migliaia d’euro ai partecipanti), altri ancora per garantire il ricollocamento delle risorse liquidate a causa dell’emergere della crisi economica e della conseguente chiusura delle fabbriche. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000 la situazione era tutto sommato contenibile; a patto di non essere choosy, trovare un lavoro era ancora possibile e ai margini restavano giusto dei soggetti che non esiterei a definire ‘patologici’ sotto diversi punti di vista. È cambiato tanto in questo lasso di tempo e la compravendita delle competenze ha assunto i caratteri di quella medievale delle indulgenze a un prezzo di mercato davvero più elevato.
Persino tra gli annunci di lavoro sono più frequenti le pubblicità dei master, che spesso non hanno collegamento alcuno con le università, rispetto alle offerte delle aziende. Io, tanto per intenderci, pienamente consapevole del fatto che non sarebbe stata esaustiva ho acquisito una qualifica da operatore di cucina che m’è costata 1.200€ (che rispetto ai costi dei corsi erogati dai privati è nulla) e ha avuto l’unico effetto di farmi ottenere un impiego da tre euro lordi all’ora per un paio di mesi. Non contento, mi sono pure iscritto a un master post-universitario dove in sostanza m’insegnano in maniera alquanto approssimativa lo stesso lavoro che ho svolto fino al 2014. Tuttavia, la situazione è addirittura peggiore per chi non abbia mai conseguito una laurea: conosco almeno due persone che sono state attratte dall’allettante prospettiva di diventare professioniste dell’extension alle ciglia per una cifra che non oso immaginare. Senza contare quelli che vogliono diventare dei barman.
Qui nessuno ritiene che dopo due giorni di corso professionalizzante sia dovuto avere un impiego conforme alle proprie aspettative. Non è altrettanto normale che dopo un diploma di liceo classico acquisito con credito d’onore, una laurea in comunicazione con lode, un master universitario in comunicazione scientifica e oltre cinque anni d’esperienza di redazione a scrivere d’informatica sulla stampa digitale e cartacea sia Salvatore Aranzulla (che ho conosciuto quando ancora studiava alle superiori ed è laureato in economia) anziché il sottoscritto: siamo al piano inclinato del giornalismo. E, allora, come biasimare chi investe i pochi risparmi d’una vita nella formazione permanente? La speranza di tutti è quella d’ottenere una posizione dignitosa che ponga fine all’eterna ‘gavetta’ cui i trentenni d’oggi sono condannati. Quella di chi eroga tali corsi è continuare a guadagnare dalla disperazione altrui. Un sistema simile non guarda al domani… e determina il fallimento del nostro Paese.