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Il problema dei compensi nella ricerca

Scritto da il in Economia

È evidente che esiste un problema (e che è pure piuttosto grave) nell’attribuzione dei compensi ai ricercatori: l’attività degli scienziati, infatti, è retribuita sulla base d’una classifica che nacque per misurare l’attendibilità delle riviste specializzate – non la qualità della ricerca – costringendo gli addetti alla pubblicazione compulsiva, senza che esista una reale esigenza di comunicare una scoperta o un’invenzione alla comunità. Qual è il valore effettivo delle pubblicazioni più citate?

Essendo un umanista, per così dire, ho sempre avuto in odio le misurazioni quantitative: persino riguardo alla letteratura sono convinto del neoterico μεγα βιβλιον μεγα κακον e fatico a leggere gli autori più prolissi. Sembra un paradosso – dal momento che io stesso scrivo molto – ma in generale non ritengo che la quantità d’un lavoro possa essere confusa con la sua qualità. Motivo per cui, esposto ai metodi della comunità scientifica, sono trasalito; sintetizzando, possiamo dire che i ricercatori siano pagati un tanto al chilo. Non ha troppa importanza il risultato raggiunto, quanto la continua presenza sulle riviste e la citazione da parte dei colleghi. Ciò consegna agli editori un potere rilevante, al punto che il tentativo d’aprire al pubblico non specializzato (o, meglio, non abbonato) i contenuti s’è trasformato in una nuova frontiera del business. Gli scienziati, insomma, sono disposti a pagare di tasca propria per ‘scalare’ la classifica e ottenere così ulteriori finanziamenti.
Il fenomeno è radicato soprattutto, ma non soltanto, nella ricerca di base. Non avendo una finalità applicativa, l’attività dello scienziato non può essere quantificata altrimenti: chi – al pari del sottoscritto – ha passato anni ad avere uno stipendio per i propri articoli fatica a comprendere come sia possibile spendere del denaro per essere pubblicati. Avere la possibilità di scrivere è molto più difficile di quanto possano immaginare i lettori, specie a livello d’editoria cartacea, però una volta ottenuto l’accesso alla redazione sarebbe impensabile per qualunque autore doverlo persino pagare. E parliamo di centinaia oppure migliaia di dollari per testi che non superano le sette od otto pagine che in digitale possiamo stimare nell’ordine dei kilobyte. Eppure, senza entrare in questo meccanismo perverso il giovane dottorato non avrebbe alcuna possibilità di continuare gli studi; nessuno gli garantisce che l’articolo sia citato da terzi e che possa, così, migliorare la sua posizione.
Ti chiederai perché dovrebbe interessarti, se non sei un ricercatore. Le conseguenze nefaste sulla società sono almeno due: anzitutto, il proliferare d’inutili studi sulla pericolosità del peperoncino di Soverato per la salute (per farti un esempio stupido e inventato da me che l’adoro) che continui a trovare come curiosità scientifiche sulla stampa generalista è dovuto a questo; inoltre, il ricambio generazionale degli scienziati è bloccato – poiché chi pubblica da più tempo ha un innegabile vantaggio – e avere nei laboratori dei professionisti con la cataratta e problemi alla prostata non è proprio idilliaco. Senza citare altre problematiche come la pressione esercitata dai docenti più anziani per ottenere la firma su un articolo che non hanno neppure letto! Un sistema del genere appare insostenibile sia per chi s’affaccia alla professione, sia per chi ne subisce le ricadute sociali. Nell’era della post-verità, avere una maggiore trasparenza nella comunità scientifica è fondamentale.