Siamo in «zona rossa»

È ufficiale. Tutta la Lombardia sarà soggetta alle restrizioni che hanno isolato Codogno per impedire da coronavirus. Io ed Elvira non usciamo di casa già da una dozzina di giorni, se non per motivi di evidente necessità: l’ultima volta sono stato dal barbiere e non so quando potrò tornarci (anche se ho un appuntamento fissato al ). Ieri molti varesini hanno annunciato la chiusura dei propri locali, ancora prima che la imponesse il Dpcm. Vivo nel centro storico e le saracinesche sono abbassate; per la prima volta, da quando ci siamo trasferiti qui in giugno, non sento chiacchierare sotto alle finestre. Le sirene delle ambulanze rompono un silenzio surreale per la Ztl di Varese. Tuttavia, ogni tanto qualcuno passeggia per la via e impreca nello spregio del decreto, sminuendo un problema che neppure io inizialmente avevo creduto tanto serio. Siamo in un episodio di “Black Mirror”, non riusciamo ad affrontare l’emergenza con la lucidità che richiede.

Ieri sera abbiamo assistito a due fenomeni irrazionali, quasi animaleschi. Chi ha deciso di restare ha pensato bene di assaltare i supermercati per prepararsi alla quarantena come se fossimo in guerra… gli altri hanno affollato i treni per tornare al Sud e abbandonare nottetempo la Lombardia, prima dell’entrata in vigore del decreto: gli stessi che ostentavano un accento milanese per darsi un tono agli aperitivi. Il virus ha subito dimostrato che le divergenze territoriali devono ancora essere risolte e che il ’900 non è bastato a fare gli italiani. Trovo struggente che manchino pochi giorni alla ricorrenza dell’unità d’Italia. Le immagini riportate dai cronisti dipingono un Paese del quale mi vergogno, diviso da un campanilismo che non sconfiggeremo mai. Spero, nel delirio collettivo, che a essere sconfitto sia il Covid-19 (acronimo che abbiamo imparato a conoscere e odiare negli ultimi giorni). L’epidemia aumenta le simpatie verso chi subisce la stessa disgrazia e non può scappare.

La fuga scomposta degli studenti e dei lavoratori meridionali residenti a Milano e in Lombardia lascerà il segno. È dagli anni ’90 del secolo scorso che sono combattuto: la mia compagna ha origini messinesi e ragusane, tanto per essere esplicito, però rispetto ai suoi genitori dubito che avrebbe preso il primo treno per scappare da qui; non che loro lo abbiano fatto, eh? Ma è impossibile tacere un confronto fra chi vive e chi è nato al Nord. Tanti settentrionali di seconda e terza generazione oggi invitano i fuori sede e i trasferiti a restarsene là, passata la crisi, perché questa terra non è soltanto una foresteria di lusso. Mi scuso se ciò dovesse offendere qualcuno, però i miei antenati provengono proprio dalle tre regioni che ho citato come le più colpite dal virus e applaudo chi è rimasto a resistere alla crisi al nostro fianco. Chi ci ha lasciati soli non avrà seconde occasioni. Noi non dimentichiamo. Io ritengo comunque che sia stato un comportamento antisociale da condannare.