Il Paese è in quarantena

Non sono passate neanche 24 ore e Giuseppe Conte ha annunciato l’ a tutta la Penisola. Il rischio di contagio da coronavirus è tanto grave da non essere circoscrivibile alle tre regioni più colpite, specie considerando che nella notte abbiamo assistito alla fuga di studenti e lavoratori meridionali dal Nord. Episodio, questo, che ha nuovamente “spaccato” il Paese in due: soprattutto noi lombardi, tenuti a distanza dal Sud all’inizio del contagio, non abbiamo accolto benissimo il repentino abbandono di Milano. Una città che rappresenta l’Italia produttiva e che per noi è un simbolo più del Colosseo; le immagini dei connazionali che in preda al panico riempivano le carrozze degli ultimi treni in partenza non sono state particolarmente edificanti. Né hanno offerto al mondo una prospettiva realistica della situazione attuale. È un momento difficile, ma non siamo certo allo sbando e le istituzioni democratiche continuano a funzionare come se non meglio di prima.

Tutto ciò non ha fatto altro che anticipare l’inevitabile. Le limitazioni sono state applicate in via preventiva pure nelle regioni dove il contagio non è ancora arrivato: chi è stato identificato (o si è autodenunciato) come proveniente dalle ex zone rosse è costretto in quarantena per due settimane. Il ripristino della normalità sarebbe fissato al , ma è probabile che non sia sufficiente ad arginare il coronavirus; gli spostamenti nella Penisola aumentano il rischio d’infezione… gli italiani sono in generale poco propensi a rispettare i decreti. Io ed Elvira siamo già stanchi di restare in casa, fastidio condiviso dalla maggioranza dei vicini. Quando potremo tornare a uscire liberamente? E non è una questione di claustrofobia, quanto un problema di diritti revocati per ciò che dovrebbe garantire il benessere della comunità. Uso il condizionale di proposito, mentre gli altri Paesi europei ridicolizzano la soluzione italiana e minimizzano l’epidemia in corso, definendola una banale influenza di stagione.

All’estero pensano che il Governo italiano stia esagerando. In effetti, quella è stata anche la mia impressione quando Attilio Fontana ha annunciato le prime restrizioni: ridurre le aperture degli esercizi commerciali e contingentare l’accesso dei clienti per un virus che uccide soltanto pazienti anziani con gravi patologie pregresse sembrava eccessivo. Ahimè, in brevissimo tempo le nostre certezze sono crollate e il contagio ha raggiunto numeri impressionanti. I Dpi sono introvabili, abbiamo paura; dovrò attendere oltre un mese per la consegna delle mascherine chirurgiche che dovremmo indossare per andare a fare la spesa e i guanti monouso sono esauriti. Se non bastasse, qui non ho a disposizione una stampante e non posso stampare l’autocertificazione necessaria per non essere denunciato a piede libero. Senza prendere in considerazione la sanzione economica, rischio un minimo di tre mesi in carcere se ne sono sprovvisto e non è chiaro come sia possibile firmarlo, in fase di controllo.