È arrivato il virus

Lo chiamano “nuovo” coronavirus perché, a quanto pare, è la variante di un ceppo già conosciuto: lo stesso della famigerata Sars. Dicono che arrivi dalla Cina e che sia mortale. Ha contagiato un giovane adulto del lodigiano che, di rientro da un viaggio di lavoro, avrebbe trasmesso l’infezione a un collega e alla moglie; i medici invitano alla cautela e inviano messaggi contraddittori alla nazione. Alcuni ridimensionano il fenomeno a una banale influenza, altri sostengono il rischio di una pandemia. Sulle strade iniziano a incontrarsi persone che indossano una mascherina chirurgica: in Oriente è buona educazione farlo, quando si è malati, per evitare di contagiare il prossimo… ma qui (a parte alcuni soggetti immunodepressi) non abbiamo la stessa abitudine. Sembra un po’ ridicolo, a dirla tutta. È davvero necessario? I virologi non concordano; io sono abituato ai ciclisti, che le indossano in centro a Milano, e a me non fanno tanta impressione. Sicuramente è un evento straordinario a Varese.

Il virus ha subito monopolizzato l’attenzione della stampa, tanto da rendere Codogno popolare in tutto il mondo. Chissà se la ricorderemo come la cittadina che ha infettato l’Occidente, un giorno. Non vorrei essere nei panni dei residenti assaliti dai giornalisti alla ricerca del paziente zero: qualcuno cui attribuire la responsabilità del contagio. Wuhan, dove sembra sia scaturita l’infezione, è stata presto isolata in quarantena come non accadeva da Chernobyl. Auguriamoci non succeda pure qui! Non riesco a immaginare gli italiani in quarantena. Non sappiamo neppure metterci in fila per uno scontrino alla cassa, figuriamoci rispettare un coprifuoco: Attilio Fontana è partito in quarta, ascoltando le indicazioni di Roberto Burioni, e vorrebbe adottare in Lombardia il modello cinese. Sono combattuto, perché stimo l’ex sindaco di Varese, però non ho in grande considerazione il virologo; ad oggi non saprei prendere una posizione. Sono soltanto preoccupato per Elvira. E per i miei genitori.

La mia compagna ha lo Sle, mio padre è ipovedente. Io ho ricominciato la psicoterapia dopo sette anni: non sono stati mesi facili per me e un’epidemia era l’ultima piaga di cui avevo bisogno. Lei non indosserà mai la mascherina, rifiuta di farlo da quando le hanno diagnosticato la malattia; il mio papà dentro di sé spera ancora di tornare a guidare… mentre io e la mia mamma speriamo appena che lui non entri definitivamente in depressione. È buffo, eh? Giusto qualche settimana fa avevo un lavoro. O, almeno, un’offerta di contratto a tempo indeterminato sul tavolo: niente di così definitivo, né che avessi cercato in prima persona, ma sempre meglio di niente. Ora non voglio accendere il televisore per evitare di sviluppare una misofobia; dicono che dovremo igienizzare qualunque indumento, escludere il contatto fisico. Neanche fossimo a Fukushima, dopo il terremoto! Ho la netta sensazione che le prossime settimane non saranno facili, benché tenda a ridimensionare la psicosi per il contagio.